Sapevano ridere in modo indecente. Le bocche larghe, sguaiate, irrispettose di tutto e di chiunque. Le voci tramutate in rantoli che dovevano esprimere divertimento, comunicavano solo abiezione. Non che lo sapessero, di farlo. Solo, sapevano farlo. E rifarlo. In continuazione.
I suoi occhi passarano in rassegna quei ghigni. Con leggerezza.
A quel pranzo di primavera a Roma, Enrico esercitava la sua capacità di dissimulare. A soli ventidue anni, aveva accumulato una grande esperienza in questo: come un ginnasta che conosce a memoria ogni piccolo spostamento del corpo che gli consente di non perdere l’equilibrio, così Enrico, fin da ragazzino, si era impegnato a perfezionare la tecnica con cui riusciva a non dare a vedere quello che era veramente. Uno troppo sveglio, troppo intelligente, troppo colto, troppo pulito per non risultare minaccioso e pericoloso, nel suo giro. E da quel giro, Enrico, sapeva bene di non poterne uscire. Non per ora, anche se non desiderava altro.
Guardò suo padre ricomporsi, dopo l’ennesima battuta sulla moglie di Frankenstein. Il loro rivale, sposandosi un paio d’anni prima con una cubana, li aveva riforniti di inestimabile materiale per i loro sfottò.
Poi spostò di nuovo il suo sguardo, che aveva già indugiato troppo, rischiando di rompere la routine che gli permetteva di non far affiorare sul proprio volto tutto lo sdegno, lo schifo, che sentiva crescergli dentro. Tornò a posarlo sui capelli di Renato. Il Panatta, come lo chiamavano loro. Un po’ ci assomigliava, glielo concedeva perfino Enrico. Un Panatta invecchiato e sciupato, dai capelli lunghi, brizzolati, unti. Enrico ne seguiva con gli occhi lo svolgersi, dal cranio alle spalle, percorreva le striature più nere, ne osservava l’agglomerarsi in piccole ciocche, tenute insieme dalla mancanza di igiene e dagli effetti del calore di quel sole di aprile. Questo piccolo accorgimento dava al più importante dei commensali l’illusione di essere sempre al centro dell’attenzione del più giovane, il suo ragazzo, come gli diceva ogni volta che lo vedeva, stringendogli la spalla destra. Ma soprattutto dava a Enrico un passatempo che gli svuotava la testa. Tanto non aveva bisogno di stare a sentire. Ancora. Dicevano sempre le stesse cose e lui capiva dalle prime parole che si scambiavano dove sarebbero andati a parare. E quello che avrebbe dovuto fare lui.
Mangiava e dissimulava. Questo suo atteggiamento silenzioso e rispettoso, agli occhi di suo padre e dei suoi soci in affari, era segno di grande maturità. Era uno che sapeva stare al proprio posto, Enrico. Era uno che parlava solo quando era necessario, Enrico. Era il loro futuro, Enrico.
“Per questo stavolta sarai tu a guidare le operazioni, Enrico.”
Cazzo, si era distratto troppo. Fermò il lavorìo sul voluminoso boccone di straccetti e rughetta che stava lentamente macerando. Per quanto il suo cervello fosse rapido e sempre pronto, aveva bisogno di concentrare ogni energia sulle proprie sinapsi. E adesso? Doveva succedere, sì, lo sapeva, prima o poi. Ma questo improvviso salto di qualità lo aveva colto come un pedone in mezzo alla strada. Che non si era accorto che la strada che attraversava non era a senso unico, e bisognava guardare anche di là.
La macchina rossa del Panatta partì con la consueta classe, lasciandosi dietro i segni neri dei copertoni sull’asfalto, il fastidio nelle orecchie di chi passava di là, gli sguardi di ammirazione di quattro bulletti a inseguire il bolide mentre si allontanava. Appiccicando Enrico al sedile.
“Ti capisco sai? Hai ragione, è meglio se ne parliamo solo io e te”
“Grazie Renato, mio padre vuole sempre proteggermi, volevo spiegarti come la penso”
Il Panatta guidava con un entusiasmo fanciullesco, si vedeva che era contento. Non aveva nemmeno insultato quello che poco prima lo aveva rallentato per qualche secondo svoltando a sinistra.
L’idea di alzarsi dal tavolo, chiedendo di poter discutere della novità faccia a faccia col Panatta gli aveva dato un po’ di tempo. E aveva convinto per l’ennesima volta tutti quanti. Lo sguardo ammirato di suo padre, mentre si allontanavano dai tavolini di quel ristorante, gli bruciava sulla pelle.
“Ora tocca a te Enri’, lo so che lo volevi ’sto momento”
“Sì, lo sai” disse guardando fuori dal finestrino.
“Dimmi chi vuoi con te”
Si girò, avendo preso mentalmente una lunga rincorsa. I suoi occhi penetrarono quelli del suo capo. Del suo nemico. Doveva saltare lungo, oltre il fossato. Non caderci dentro.
“Panatta, io vado da solo”